giovedì 25 agosto 2016

Vincenzo Vinciguerra: Depistaggio




Dal sito I volti di Giano:
 

DEPISTAGGIO

di Vincenzo Vinciguerra, 27 LUGLIO 2016

Sono passati 23 anni dal mese di luglio 1993, quando il giudice istruttore di Milano Guido Salvini, propose l’introduzione nel codice penale del reato di depistaggio.
La rivista “L’Espresso”, nel numero del 1° agosto 1993, rilanciò la proposta e al giudice giunsero congratulazioni, complimenti e assicurazioni che la nuova norma sarebbe stata approvata in tempi rapidi.
Lo Stato italiano ed il suo regime politico, in realtà, non potevano permettersi all’epoca di introdurre questa nuova fattispecie di reato nel codice penale.
Erano ancora aperti i processi per la strage di Brescia del 28 maggio 1974, per quella di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, per quella di Ustica del 27 giugno 1980, per la struttura denominata “Gladio”, solo per ricordare i principali.
La proposta del giudice istruttore che, unico e solo fra i magistrati, aveva aperto la via che portava alla verità sull’eccidio di Milano del 12 dicembre 1969, invano osteggiato da Felice Casson e dai suoi colleghi milanesi Gerardo D’Ambrosio e Grazia Pradella, venne archiviata insieme alle promesse ed ai complimenti.
Poi, arriverà alcuni anni più tardi il governo presieduto da Massimo D’Alema che disporrà la distruzione di tutti i documenti dei servizi segreti non strettamente attinenti alla sicurezza nazionale, cancellando ufficialmente tutte le note informative relative ai rapporti dei dirigenti comunisti con l’Unione sovietica e, con esse, tutti i reati, dall’alto tradimento, allo spionaggio, al sabotaggio, al finanziamento illecito del partito.
Insieme ai documenti relativi ai comunisti, i servizi segreti provvederanno di conseguenza ad eliminare quelli relativi all’estrema destra italiana di cui si erano serviti come braccio operativo per tutto il periodo del dopoguerra.
Nessuno protestò.
Il tentativo di Massimo D’Alema, incoraggiato da Francesco Cossiga, di cancellare la verità eliminando le prove ha ottenuto un esito solo parziale perché, grazie all’impegno profuso da Guido Salvini, un agente della Cia e militante di Ordine nuovo, Carlo Digilio, è stato riconosciuto colpevole di concorso nella strage di piazza Fontana, poi lo stesso, insieme ad un secondo agente della Cia e militante di Ordine nuovo, Marcello Soffiati, è stato indicato con sentenza passata in giudicato come corresponsabile della strage di Brescia per la quale è stato, infine, condannato anche Carlo Maria Maggi, ispettore triveneto di Ordine nuovo.
Solo la complicità di un asservito sistema mediatico ha impedito agli italiani di comprendere appieno il significato di quelle condanne che chiamano direttamente in causa lo Stato italiano ed i suoi alleati internazionali.
Fra i condannati, però, non ci sono i diretti responsabili della struttura clandestina denominata “Ordine nuovo”, sia italiani che americani ed israeliani.
La mancata introduzione nel codice penale del reato di depistaggio ha vanificato ogni tentativo di giungere alla verità sul conto degli ufficiali e dei funzionari degli apparati dello Stato che hanno protetto e garantito impunità ai loro subalterni dell’estrema destra.
Nell’estate del 2016, solo grazie all’impegno di Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980, la legge che permetterà di introdurre nel codice penale il reato di depistaggio è in dirittura di arrivo, pronta per essere approvata nell’arco di qualche settimana.
Nessuno ne parla.
Non si enfatizza il riconoscimento implicito, ma chiarissimo, della responsabilità degli uomini dello Stato e del regime nell’azione di mistificazione della verità, nella scomparsa di prove, nel sostegno ai colpevoli, nell’eliminazione anche fisica dei testimoni scomodi, nel loro linciaggio morale.
Siamo l’unico paese nel mondo intero, che deve riconoscere l’esistenza di operazioni di depistaggio nei fatti più gravi della storia del dopoguerra.
Esistenza non riferita solo al passato ma ancora attuale perché è costante la presenza di uomini degli apparati dello Stato e dei loro responsabili politici nella protezione dei mafiosi, ieri come oggi.
Non solo, ma un paese nel quale la giustizia è parola vana, svuotata di ogni significato, il depistaggio è possibile e corrente anche nelle indagini per fatti comuni perché in un mondo senza onestà si falsificano le prove o si cancellano per ambizioni di carriera, per smania di protagonismo, per proteggere confidenti.
Il reato di depistaggio conserva, quindi, anche oggi la sua capacità di deterrenza, con buona pace di quanti hanno fatto trascorrere 23 anni prima di approvarlo.
E, forse, la sua introduzione nel codice penale potrà servire per aprire qualche porta del passato rimasta ancora chiusa per l’impegno congiunto contro la verità di ex comunisti ed ex democristiani.
Nella storia, il “troppo tardi” non esiste.

mercoledì 24 agosto 2016

Vincenzo Vinciguerra: Repressione



Dal sito I volti di Giano:

http://ivoltidigiano.tumblr.com/post/149075424757/repressione
 
REPRESSIONE

di Vincenzo Vinciguerra

Ci sono episodi della vita pubblica italiana che passano sotto silenzio, o quasi, non perché non siano degni di considerazione ma perché segnalano quella che è la repressione del dissenso in Italia.
Una ragazza italiana si converte all'Islam e si reca in Irak per combattere con il Califfato, e le mettono in galera tutta la famiglia, padre, madre, sorella nello stile dell'Unione sovietica staliniana.
Nessuno protesta.
Un'altra ragazza italiana, Roberta Chiroli, laureanda in antropologia all'Università Ca’ Foscari di Venezia, si era illusa di poter studiare il movimento No Tav per poi scriverci la sua tesi di laurea, intitolata “Ora e sempre No Tav: identità e pratiche del movimento valsusino contro l'alta velocità”.
Per studiare un movimento politico bisogna scendere nel campo, parlare con i suoi aderenti, partecipare alle loro manifestazioni, ascoltare le loro ragioni, ed è quanto ha fatto Roberta Chiroli.
Lei ha agito, esattamente, come Giulio Regeni in Egitto che per studiare i sindacati locali, incontrava i dirigenti, parlava con gli iscritti, partecipava alle loro riunioni.
Per fortuna, gli emuli italiani di al-Sisi hanno agito in maniera difforme e Roberta Chiroli ha avuto la ventura di prendere una condanna a 2 mesi di reclusione per “concorso morale”, in quanto nella tesi che ha scritto, invece di condannare il movimento No Tav ne ha descritto logica, ragioni e comportamenti, usando il “noi”.
Un reato gravissimo, a quanto pare, per due solerti magistrati che hanno ritenuto opportuno condannare Roberta colpevole di non aver condannato a sua volta il movimento No Tav, anzi di aver condiviso, sempre a loro giudizio, finalità e zioni, come proverebbe l'uso del “noi”.
Mentre siamo annoiati e frastornati da fasulle polemiche fra magistratura e politica, impegnate a presentarsi su posizioni contrapposte, vediamo che nella realtà la politica ordina la repressione del dissenso e la magistratura esegue.
La vita di Roberta Chiroli non sarà stravolta da una sentenza che la condanna a due mesi di reclusione per “concorso morale” con il movimento No Tav, ma questo non scalfisce la gravità dell'episodio.
La differenza fra la democrazia italiana e la dittatura egiziana si palesa, per ora, solo nei metodi esecutivi, qui ti condannano in Tribunale, lì ti ammazzano.
Non lo troviamo consolante, al contrario, forti dell'esperienza del passato, ci chiediamo quando in regime liberticida si passerà dall'uccisione dei testimoni scomodi a quella degli oppositori politici che, per essere sempre più rari, sono più facilmente eliminabili.
La democrazia degli ex oggi imperante (ex neofascisti, ex socialisti, ex comunisti ecc. ecc.) usa come arma più efficace, per ora, l'imposizione del silenzio agli oppositori politici che non trovano spazio sui giornali e nelle televisioni per esprimere le loro opinioni, ma quando il bavaglio mediatico non basta fa intervenire polizia e magistratura.
La dittatura dei mediocri non tollera critiche perché sa di essere fragile, e consapevole di avere come unica forza quella macchina burocratica camaleontica che è lo Stato con i suoi apparati repressivi, primo quell'Ordine giudiziario che è da sempre il baluardo del regime, di quella casta politica di cui è stato sempre dipendente.
Non si pubblicano articoli, non si stampano libri, si escludono gli oppositori dai dibattiti televisivi, ora sono passati a condannare perfino le tesi di laurea.
Non sappiamo quali siano le idee di Roberta Chiroli, se condivide  o meno le ragioni del movimento No Tav, se vota per qualche partito, ma siano certi che oggi ha avuto modo, per la prima volta, di intravedere la realtà del regime politico che imperversa in Italia.
Una realtà che la stragrande maggioranza degli italiani non conosce perché ben camuffata dalle menzogne mediatiche, ma che emerge in episodi di cronaca che tutti conoscono senza però riuscire a trarre da essi la logica visione di una dittatura che tutto può nel nome della difesa della democrazia e della repressione della “violenza”.
Invece, quasi sempre la violenza è esercitata da questo Stato e dai suoi onnipotenti apparati che trovano puntuale copertura da parte della magistratura.
E quando la violenza non è esercitata dalle forze di polizia, lo è dalla magistratura in forme diverse ma  sostanzialmente identiche.
Perché è violenza quella che vede una giovane studiosa sottoposta a processo e condannata per una tesi di laurea su un movimento che dissente dalla politica ambientale del regime.
Alla forza della ragione, il regime contrappone la ragione della forza.
E tutti stanno zitti perché la democrazia fa paura.
Opera, 15 luglio 2016



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domenica 21 agosto 2016

Gilad Atzmon: George Schwartz Soros, l'oligarca che possiede la sinistra



GEORGE SCHWARTZ SOROS, L'OLIGARCA CHE POSSIEDE LA SINISTRA1

di Gilad Atzmon, 18 agosto 2016

Una email recentemente diffusa da Wikileaks rivela che nel 2011, l'oligarca ebreo George Schwartz Soros diede dettagliate istruzioni al segretario di Stato americano Hillary Clinton2 su come gestire una rivolta in Albania.
Soros fece addirittura il nome di tre candidati che egli riteneva “avere forti legami con i Balcani”.
Non sorprendentemente, diversi giorni dopo che la email era stata inviata alla Clinton, l'Unione Europea inviò uno dei nominati di Soros ad incontrare i leader albanesi a Tirana per cercare di mediare la fine della rivolta.
La email di Soros getta luce su chi realmente dà il tono all'Occidente. Chiaramente, non si tratta dei nostri cosiddetti “democraticamente eletti” politici. È invece un piccolo gruppo di oligarchi, persone come Soros, Goldman e Sachs. Persone che sono guidate dal mammonismo-capitalismo che è basato sui traffici in opposizione alla produzione. I mammoniti sono interessati al perseguimento di mammona (la ricchezza) puramente per amore di mammona.
Soros è, senza dubbio, il più illustre mammonita della nostra epoca. Il miliardario ebraico è “l'uomo che violò la Banca d'Inghilterra”, un'avventura che gli portò più di un miliardo di dollari in un solo giorno del settembre 1992. Nel 2002, un tribunale francese considerò Soros colpevole di aver usato informazioni riservate per trarre profitto da un accordo di acquisizione del 1988 della Banca Societe Generale. Nei giorni precedenti al voto sulla Brexit questo capitalista speculativo ha usato le pagine del Guardian per cercare di manipolare gli inglesi affinché seguissero il suo consiglio sulla Brexit. A quanto pare, gli inglesi non hanno dato ascolto alla saggezza di Soros. E, finora, sembra che le previsioni apocalittiche di Soros fossero inverosimili e prossime all'inconsistenza. Ma rimane aperta la questione del perché il Guardian abbia fornito una tribuna all'oligarca capitalista speculativo. È una fonte di informazioni o un prolungamento della longa manus del mammonismo?
L'oligarca ebreo ha sviluppato un'enorme organizzazione che lo assiste nel perseguimento della sua agenda capitalistico-speculativa. Soros ha capito molti decenni fa che è molto facile comprare istituzioni e attivisti di sinistra. Sin dagli anni '80, Soros ha usato il suo Open Society Institute per investire una parte dei suoi soldi in alcuni gruppi politici e organizzazioni non governative di sinistra di tutto il mondo. Soros finanzia organizzazioni non governative, attivisti e istituzioni di sinistra desiderosi di sottoscrivere la sua agenda. Costoro sostengono una filosofia cosmopolita e sono devoti al mantra anti-nazionalista di Soros. Il risultato è stato devastante. Invece di unire i lavoratori, Soros ha finanziato organizzazioni di “sinistra” per dividere i lavoratori in gruppi settari definiti dal gender, dall'orientamento sessuale e dal colore della pelle.
Molti di coloro che sostengono la causa palestinese sono rimasti sconvolti nello scoprire che Soros ha finanziato il movimento BDS sebbene egli abbia simultaneamente investito nell'industria e nelle fabbriche israeliane operanti in Cisgiordania, come la Soda Stream.
Soros finanzia anche J Street, la lobby ebraica americana che controlla l'opposizione all'ultra sionista AIPAC. Esaminando l'enorme lista delle organizzazioni3 sostenute da Soros emerge che l'oligarca sionista “light” sostiene alcune buone cause che sono particolarmente buone per gli ebrei e per lo stesso Soros.
Soros sembra credere nella “sinagoghizzazione” della società. Egli sostiene la divisione della società in tribù biologicamente orientate: ad esempio, neri, donne, LGBT, lesbiche. Egli ha investito milioni nel dividere i lavoratori. Divide et impera, ecco cos'è.
Tracce del suo distruttivo Open Society Institute possono essere trovate nella fallita rivoluzione di velluto in Iran, nelle attività delle ONG anti-Assad in Siria, dietro l'intenso attivismo anti-Putin e naturalmente negli eventi di Gazi Park in Turchia. Queste rivolte cosiddette “civili” e “popolari” hanno almeno un denominatore comune. Esse cercano di destabilizzare i regimi che si oppongono ai “Zio-cons” come pure all'ordine mondiale mammonita. 


 
1 Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è dispnoibile all'indirizzo: http://www.gilad.co.uk/writings/2016/8/18/george-schwartz-soros-the-oligarch-who-owns-the-left