Dedichiamo volentieri ad Andrea Giacobazzi, giovane e
valente storico, autore dei libri “L’Asse Roma-Berlino-Tel Aviv”[1] e “Il
fez e la kippah”[2], una
meritata foto gallery. Buona visione!
sabato 31 marzo 2012
venerdì 30 marzo 2012
Freda: il don Benedetto Ciampitti di Piazza Fontana
![]() |
| Freda in una recente immagine |
L’intervista a Franco Freda su Piazza Fontana ripresa da Ugo
Tassinari sul suo blog:
Il revisionista
Franco Freda, pur convinto – e innegabilmente meritorio[1]
– revisionista dell’Olocausto, costretto però dal suo coinvolgimento personale su
Piazza Fontana a reiterare il concetto, fuorviante e antirevisionista, di “mistero”.
Si confrontino, sulla differenza tra il concetto di segreto
e quello di mistero, le affermazioni revisionistiche di Serge Thion e di Paolo
Cucchiarelli, con l’uscita melodrammatica di Freda nella detta intervista.
Serge Thion:
“In questa guerra delle parole, che non conosce tregua (date
un’occhiata ai vostri giornali), il revisionista ha dei valori più alti che non
quello della guerra, sia essa fra nazioni, fra classi sociali o fra cosmologie
religiose; crede che vi sia una verità dei fatti sociali, politici, economici, alla
quale il lavoro [intellettuale], realizzato in accordo con il metodo storico,
permette di avvicinarsi. Noi viviamo in un mondo di segreti: non, come vorrebbe
una facile caricatura, in un mondo di complotti (conspirancy teories), ma di
segreti. L’apparato statale è quello che impone ogni sorta di segreti ad ogni
sorta di documenti”[2].
Paolo Cucchiarelli:
“Piazza Fontana e l’omicidio di Moro, protagonista politico
anche nel 1969, rappresentano i due pilastri dei cosiddetti «
misteri italiani ». Tuttavia, non di misteri si tratta. In un paese come
l’Italia, affetto da una profonda debolezza civile, politica e statuale, i «
misteri »
sono i segreti che hanno potuto invecchiare grazie alla condivisione tra più
soggetti. Sono i segreti condivisi che, più o meno tacitamente contratti,
vengono occultati, elusi, spinti ai margini della cronaca, di modo che tutte le
omertà, i compromessi, le operazioni inconfessabili vi si solidificano
all’interno. Questo segreto della Repubblica ha retto – contaminando decenni
della nostra storia – solo perché ognuno ha avuto una quota di convenienza a
non rivelarlo. Chi agì per personale tutela, chi per tornaconto, chi per scelta
morale, chi per obbligo, chi per la fede nella preminenza della politica su
tutto, verità compresa: le differenti motivazioni – alcune nobili, altre
misere, molte orride – hanno portato al medesimo risultato. Cos’è d’altra parte
la politica se non convergenza di interessi?”[3].
Condivido pienamente il contenuto delle due citazioni, a
parte l’osservazione – riguardo al testo di Thion – che, a mio avviso, viviamo anche in un mondo di complotti, non solo
di segreti (i complotti sono un elemento essenziale della politica).
Ecco invece la dichiarazione di Freda:
“Se si volesse parlare con onestà, occorrerebbe dire che
Piazza Fontana è un mistero. Invece Giordana e i suoi hanno fatto di tutto pur
di addomesticare il mistero, ridurlo, adattarlo. Non allo schermo, ma alle loro
dimensioni. Occorrevano un Sofocle, un Euripide e davvero allora il mistero
avrebbe trovato le sue parole”.
Sofocle? Euripide?
Secondo me invece, per capire il “mistero” di Freda bisogna
tener presente il don Benedetto Ciampitti de Le terre del Sacramento di Francesco Jovine…
[1] È
infatti a Freda che dobbiamo la pubblicazione in Italia di alcuni fondamentali
studi di Carlo Mattogno nella collana “Visione e revisione storica”: http://www.edizionidiar.it/indice-collane/visione-e-revisione-storica/
[2] In Breve storia del revisionismo (a pagina
3 del testo in pdf): http://revurevi.net/Teheran/STbrevestoria.pdf
[3] In Il segreto di Piazza Fontana, Ponte alle
Grazie, 2009 (prima edizione), pp. 9-10.
giovedì 29 marzo 2012
Crimini NATO in Libia: lo sterminio della famiglia di Khaled al Hamedi
Dalla pagina Facebook di Lizzie Phelan leggo il seguente interessante commento (traduzione
rapida):
COPYRIGHT KHALED AL HAMEDI. Questa è una foto di Gamal Abdel
Nasser con Khweldi al Hamedi, che prese parte, con Muammar Gheddafi, al gruppo
rivoluzionario iniziale che rovesciò il fantoccio coloniale Re Idris nel 1969.
A causa di ciò, la NATO ha falsamente accusato suo figlio
Khaled di aver organizzato una milizia durante la crisi e ha distrutto la sua
casa con 8 missili la notte della festa di compleanno di suo figlio. Uccidendo 15
persone, inclusa sua moglie incinta e due bambini piccoli.
Non c’erano prove per tali asserzioni: Khaled è un tecnico
che guida un’associazione accreditata presso le Nazioni Unite, la International
Organisation for Peace Care and Relief, ha fatto da mediatore nei conflitti in
Palestina, Sarajevo e altrove e le sue credenziali come uomo di pace sono ben
note. Anche se la loro ridicola tesi fosse vera, non vi sono giustificazioni
per il macabro massacro di tutta la sua famiglia.
Khaled continua a operare per la giustizia, questi sono i
suoi siti web:
Francesco "baro" Barilli: “Romanzo di una strage”: il mio giudizio
Francesco "baro" Barilli: “Romanzo di una strage”: il mio giudizio: Ieri sera ero alla prima di “Romanzo di una strage”: ci sono molte cose da dire, per cui riduco il preambolo al necessario. Darò il mio giud...
La Germania vende a Israele il sesto sottomarino Dolphin
ISRAELE RINGRAZIA LA
MERKEL PER IL SESTO SOTTOMARINO DOLPHIN
Tel Aviv (dpa[2]) –
Israele ha ringraziato mercoledì la Cancelliera tedesca Angela Merkel per aver
venduto al paese il sesto sottomarino Dolphin[3] ad un
prezzo agevolato.
Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha inviato alla Merkel
una lettera di ringraziamento, affermando che il vascello d’avanguardia “ci
aiuta a far fronte alle immense esigenze di difesa durante questi tempi
turbolenti e contribuirà grandemente alla sicurezza di lungo periodo dello
stato ebraico”, ha detto a dpa il suo portavoce, Mark Regev.
Israele e la Germania hanno firmato mercoledì il contratto
per la vendita, durante una cerimonia nella residenza dell’ambasciatore
israeliano a Berlino, alla presenza del Ministro della Difesa Ehud Barak e del
Segretario di Stato tedesco presso il Ministero federale della Difesa Rudiger
Wolf, ha riferito una dichiarazione del governo.
Barak ha detto che l’accordo “riflette la profondità del
legame tra Israele e la Germania, come pure la chiara dedizione del governo
tedesco alla sicurezza dello stato di Israele”.
Il quotidiano economico israeliano Globes[4] ha
riferito che il sottomarino verrà consegnato entro il 2018. Alla consegna, sarà
uno dei sottomarini più avanzati del mondo, e costituirà l’arma più costosa
acquistata dalle Forze di Difesa di Israele, per un costo di 400 milioni di
euro. La Germania finanzierà un terzo del costo, è stato detto.
Israele ha attualmente tre sottomarini nella sua flotta, è
stato detto. Il quarto e il quinto dei sottomarini Dolphin sono in avanzato stato
di costruzione nei cantieri tedeschi, e si prevede che arriveranno alla metà
del 2013 e nella seconda metà del 2014.
[1] Traduzione
di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://en.europeonline-magazine.eu/israel-thanks-germanys-merkel-for-sixth-dolphin-submarine_198870.html
[2] Deutsche
Presse-Agentur
mercoledì 28 marzo 2012
Jo Ann Wescott: la protesta globale per la Palestina
La mia amica facebook Jo
Ann Wescott ha condiviso sul social network alcune belle foto sulla protesta
globale contro le barbarie dell’entità sionista in Palestina che a mia volta
condivido volentieri qui. Buona visione!
Protesta per la Palestina a Minneapolis, U. S.
Protesta per la Palestina a Cardiff, Galles J
Protesta per la Palestina a Gerusalemme
Protesta per la Palestina a Giacarta, Indonesia
Protesta per la Palestina a Hyderabad, Pakistan
Protesta per la Palestina a Dearborn, Michigan, U. S.
Protesta per la Palestina in Yemen
Protesta per la Palestina in India
Protesta per la Palestina a Copenhagen
Protesta per la Palestina a Washington, D. C.
Protesta per la Palestina in Bosnia
![]() |
| http://www.americanintifada.com/photos11/03-28-02.htm |
martedì 27 marzo 2012
Mohamed Merah in Israele: domande senza risposta
MOHAMED MERAH IN
ISRAELE: DOMANDE SENZA RISPOSTA
In Israele non entra chi vuole! Mohamed Merah, allora
ventiduenne, vi è andato, senza problemi. Incredibile, ma vero. In effetti, un “ufficiale superiore americano” di stanza a Kandahar, in Afghanistan, dove
Merah è stato arrestato nel novembre 2010, ha rivelato al quotidiano Le Monde[2]
che figurano sul suo passaporto dei timbri d’ingresso in Israele, in Siria, in
Iraq e in Giordania. Da fonti di polizia “molto
ben informate”, il sito israeliano francofono JSSNews[3]
precisa che egli è atterrato all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv dove, dopo
dei “controlli di sicurezza d’intensità
normale, ha ricevuto un visto turistico nello Stato ebraico per un periodo di
tre mesi”. Domande: come ha potuto Mohamed Merah superare i controlli
israeliani? Cosa è andato a fare in Israele, dove sarebbe restato solo “qualche giorno”[4]? come ha
potuto, in seguito, entrare in Siria con un timbro israeliano sul suo
passaporto?
Interrogatori abusivi
A meno di essere riconosciuti come di religione ebraica,
bisogna sapere che i visti turistici israeliani sono concessi ai francesi solo
dopo aver subìto un interrogatorio serrato agli aeroporti di partenza o di
arrivo. A Roissy, degli agenti del Mossad, sospettosi, interrogano a lungo i
viaggiatori, talvolta per quasi un’ora. Portare un nome musulmano è
insormontabile. I militanti della causa palestinese o dei diritti umani
vengono, la maggior parte delle volte, respinti! I poliziotti chiedono la
ragione del viaggio in Israele, chi vi si conosce: nomi e indirizzi. Alla domanda
“trasportate delle armi, un coltello,
della droga”, il minimo tremito della voce viene notato. Dei passeggeri
hanno diritto al controllo della loro cassetta delle lettere, e a delle domande
sui loro contatti. Altri devono giustificare i loro movimenti bancari. Al minimo
sospetto, l’ingresso può essere rifiutato. All’arrivo a Tel Aviv, ci risiamo …
e guai se una risposta differisce appena da quella data all’aeroporto di
partenza.
Dopo la frontiera, secondo l’interesse che il Mossad nutre
per il turista, un visitatore che viaggia da solo deve aspettarsi di essere
seguito, di subire dei controlli improvvisi, di avere i propri bagagli
discretamente perquisiti nel suo hotel. Certi militanti palestinesi che sono
stati lasciati entrare volontariamente, si sono ritrovati con della droga o con
un arma nella loro valigia. Per loro, il destino è il seguente: collaborare o
essere incarcerati.
Secondo Bernard Squarcini,
capo della DCRI[5] (ex DST), Mohamed Merah è stato brevemente
interrogato a Gerusalemme, “possessore di
un coltellino”, poi rilasciato[6]. Arrestato
qualche mese più tardi in Afghanistan per “infrazione
al codice della strada”, verrà rimandato in Francia dopo una decina di
giorni passati in una prigione americana. Figurava in seguito nella “no-fly list” statunitense. Nel 2011,
Merah andrà in Pakistan, nella zona tribale del Waziristan, rifugio di apprendisti
jihadisti … e di spie.
Visti misteriori
Numerosi paesi arabi rifiutano l’ingresso ai visitatori che
hanno un visto israeliano sul loro passaporto. Questo è il caso della Siria e
del Libano. La Giordania e l’Egitto che hanno relazioni diplomatiche con
Israele, li accettano, l’Iraq anche, dopo il 2003, ma senza riconoscere Israele.
Dopo il suo soggiorno in Israele, Mohammed Merah poteva andare in Giordania,
per il ponte Allenby, che oltrepassa la Giordania, e forse in seguito in Iraq,
ma in Siria certamente no. Avrebbe dovuto passare per Cipro e avere un
passaporto arabo, il che non era il caso. Su questo punto, le dichiarazione
dell”ufficiale superiore americano” e di
Bernard Squarcini non sono attendibili. Bisogna seguire altre piste, meno
frequentate.
[1] Traduzione
di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://france-irak-actualite.over-blog.org/article-mohamed-merah-en-israel-questions-sans-reponse-102272955.html
[4] Idem.
lunedì 26 marzo 2012
Il dibattito su Dresda non morirà
IL DIBATTITO SU
DRESDA NON MORIRÀ[1]
Di Tom Kuntz, 25 febbraio 2010
L’idea del giorno: sessantacinque anni dopo i bombardamenti
di Dresda[2] e di
altre città tedesche durante la seconda guerra mondiale, si inasprisce il
dibattito sulla possibilità che l’intenzione fosse quella di uccidere il
maggior numero possibile di civili.
Storia – Un anno
fa, questo blog mise in rilievo un’intervista[3] con uno
storico inglese che sosteneva che la distruzione di Dresda, di cui la settimana
scorsa ha segnato il 65° anniversario, avesse una chiara giustificazione logica
militare, poiché era un centro di comunicazioni e di transito. “Continuo a non
essere convinto che massimizzare le vittime civili, piuttosto che vincere la
guerra con ogni mezzo necessario”, era l’obbiettivo principale, aveva detto
Frederick Taylor.
Ma recentemente in The New Statesman, Leo McKinstry ha
accuratamente vagliato degli archivi[4] che,
sostiene, contraddicono le pertinaci smentite del governo inglese che l’uccidere
civili in massa fosse lo scopo primario dei raid aerei bellici sulle città
inglesi:
«È emblematica una relazione,
ora negli archivi dell’Università di Cambridge, scritta nell’agosto 1941 dal
direttorio operativo dei bombardamenti del ministero dell’aria. Vi si sosteneva
che l’obbiettivo dei futuri attacchi inglesi doveva essere “la popolazione
nelle proprie case e nelle fabbriche, e i servizi come l’elettricità, il gas e
l’acqua da cui la vita industriale e domestica dipendono”. Avendo a cuore
questo argomento, il direttorio trovò poi sostegno per tali teorie nel bombardamento
di Coventry [1940] da parte della Luftwaffe [tasso di mortalità: 600 morti]. Per
la maggior parte degli inglesi, questo attacco era stato un crimine. Per lo Staff
dell’Aria, fu un’ispirazione. L’attacco a Coventry, sosteneva la relazione, fu “uno
dei raid di maggior successo compiuti dall’aviazione tedesca su questo paese”,
con una tonnellata di alti esplosivi e di bombe incendiarie per ogni 800
abitanti”. “Se il Comando Bombardieri potesse compiere un raid delle dimensioni
di quello di Coventry ogni mese, il risultato sarebbe uno stato di totale
panico nell’ovest industrializzato della Germania”, come pure “una considerevole
perdita di vite, e distruzioni e danni su vasta scala alle case dei lavoratori”».
McKinstry aggiunge che Sir Arthur “Bomber” Harris, che diresse con
gusto i devastanti raid dell’aviazione inglese, vedeva “gli eufemismi e i sotterfugi che i suoi
superiori usavano per occultare la realtà” come un insulto agli uomini eroici
sotto il suo comando. L’ufficiale scrisse nel 1943: “Lo scopo del Comando
Bombardieri dovrebbe essere affermato pubblicamente e senza equivoci. Questo scopo
è la distruzione delle città tedesche, l’uccisione dei lavoratori tedeschi, e
la distruzione della vita civilizzata in tutta la Germania”.
[1] Traduzione
di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://ideas.blogs.nytimes.com/2010/02/15/the-dresden-debate-wont-die/?hp
[2] Me ne
sono già occupato nei seguenti post:
Il bombardamento
incendiario di Dresda
64 anni fa, l’inferno
di Dresda
David Irving: la
verità sui bombardamenti di Dresda
http://andreacarancini.blogspot.it/2009/06/david-irving-la-verita-sui.html
;
Gli inglesi: sterminatori e orgogliosi di esserlo
http://andreacarancini.blogspot.it/2009/10/gli-inglesi-sterminatori-e-orgogliosi.html ;
Gli inglesi: sterminatori e orgogliosi di esserlo
http://andreacarancini.blogspot.it/2009/10/gli-inglesi-sterminatori-e-orgogliosi.html ;
Kurt Vonnegut: Il
sangue di Dresda
Quelle pile di
scarpe che provano l’Olocausto dei tedeschi (non quello dei giudei):
domenica 25 marzo 2012
Schindler's List o Swindler's Mist? La recensione di Michael Hoffman
SWINDLER’S MIST [LA
NEBBIA DELL’IMBROGLIONE]: UNA RECENSIONE CRITICA DEL FILM “SCHINDLER’S LIST” DI
STEVEN SPIELBERG[1]
La nebbia dell’imbroglione:
la truffa di Spielberg in “Schindler’s List”
Di Michael Hoffman,
1994
Quello che segue è il riassunto di un articolo più esaustivo:
“Swindler’s Mist”, già pubblicato nella newsletter revisionista di Michael A. Hoffman
II. http://www.hoffman-info.com
“Schindler’s List”, la menzognera calunnia anti-tedesca dell’illusionista
di Hollywood Steven Spielberg, è basata su un romanzo – e cioè su un’opera di fiction
– intitolato, nella sua prima edizione, “Schindler’s Ark” [L’arca di
Schindler], dello scrittore australiano Thomas Keneally (il titolo del libro è
stato poi modificato per farlo coincidere con il titolo del film).
Il libro di Keneally è pieno di errori. Ad esempio, nel
capitolo 33 sostiene che quando i russi arrivarono a Lublino/Majdanek svelarono
il segreto dei centri di sterminio scoprendo
“forni contenenti ossa umane e oltre 500 fusti di Zyklon B.
La notizia venne pubblicata in tutto il mondo, e Himmler … era disponibile a
promettere agli Alleati che le gasazioni degli ebrei sarebbero cessate”.
In realtà, tutti i grandi campi di concentramento tedeschi
avevano impianti di cremazione, tutti atti a cremare ossa umane. Tutti i campi
di concentramento tedeschi usavano lo Zyklon B come agente di disinfestazione
salvavita per uccidere i pidocchi, portatori del tifo.
Se la scoperta dei russi è una prova dello sterminio, allora
tutti i campi di concentramento tedeschi erano “campi di sterminio”, una tesi
che, per quanto il grande pubblico lo ignori, non è sostenuta da nessuno
storico della seconda guerra mondiale, né ebreo né non ebreo.
Inoltre, Heinrich Himmler
non ammise mai con gli Alleati che i tedeschi stavano gasando gli ebrei. In realtà,
egli condannò le accuse come propaganda degli Alleati.
Vi sono certi aspetti del libro di Keneally che Spielberg ha
omesso dal film. Keneally menzionò che Schindler lavorò per il potente ebreo
ungherese Rudolf Kastner.
In Schindler’s List non troverete questa informazione perché
nel 1944 Kastner aiutò Eichmann a deportare centinaia di migliaia di ebrei ad
Auschwitz, in cambio di un trattamento favorevole per i sodali di Kastner. Il fatto
della collaborazione di alto livello tra nazisti e sionisti era troppo
imbarazzante per essere incluso nel film filo sionista di Spielberg.
Sebbene vi fossero ordini agli amministratori [dei campi],
da parte del governo nazionalsocialista, che i detenuti non dovevano essere
brutalizzati, i campi stessi variavano da luoghi di detenzione ben amministrati
e fondamentalmente decorosi a luoghi assolutamente infernali, a seconda,
soprattutto, per ogni campo, del livello dei comandanti nazisti.
Alcuni comandanti, come Amon Goeth e Karl Otto Koch, erano
poco più che dei criminali mentre altri, come Hermann Pister, erano
incorruttibili e dirigevano le proprie strutture nel modo più umano possibile
compatibilmente con le circostanze, data la scarsità di cibo e medicine nella
Germania bellica sottoposta ai bombardamenti a saturazione delle forze aeree
alleate.
Vi sono molti casi di tentativi, da parte dell’esercito
tedesco, di assicurare condizioni umane nei campi di concentramento. Ad esempio,
nel 1943 il giudice delle SS Konrad Morgen, dell’Haupt Amt Gericht (SS-HAG)
venne incaricato di indagare e perseguire i comportamenti brutali messi in atto
a Buchenwald.
Morgen riuscì così bene a correggere le condizioni lì che
Himmler gli concesse un personale più numeroso e un’illimitata autorità di
indagine sui campi. L’obbiettivo successivo delle indagini di Morgen furono il
campo di Krakau-Plaszow e il suo comandante Amon Goeth, il supermalvagio del
film di Spielberg.
In Schindler’s List tutta l’indagine di Morgen è stata
ridotta ad una scena in cui viene fatto un fugace riferimento al fatto che i
libri mastri di Goeth sono stati “controllati”. Quasi un battito di ciglia.
La cruciale verità che Steven Spielberg ha nascosto agli
spettatori è che nel settembre del 1944 Goeth venne arrestato dall’Ufficio
Centrale della Magistratura delle SS e imprigionato, con accuse di furto e
omicidio ai danni dei detenuti del campo di concentramento.
Spielberg conosceva certamente questo fatto, poiché tale
arresto è menzionato nel capitolo 31 del libro di Keneally, su cui si presume
che il film sia basato.
[Una verifica dell’arresto e/o dell’incriminazione del
Comandante Goeth da parte delle SS può essere fatta nel libro “Jewish
Resistance in Nazi Occupied Eastern Europe” [La resistenza ebraica nell’Europa
orientale occupata dai nazisti] di Reuben Ainsztein, a p. 845; nell’affidavit
dell’Obersturmbannfuhrer Kurt Mittelstaedt, capo della Magistratura Centrale
delle SS a Monaco e immediato superiore di Morgen; e nella testimonianza dello
stesso Morgen (vedi il volume 42, “Serie blu”, dell’IMT[2], p. 556)].
Spielberg sbianchetta le colpe dell’OD (Ordnungdienst: la
polizia ebraica del ghetto), che lavorò con i nazisti. Sebbene vengano occasionalmente
mostrati a corrompere e ad aiutare i nazisti nel controllo delle masse
ebraiche, il loro ruolo principale nel film è quello di spettatori e di
controllori del traffico. Nella vita reale, però, molti poliziotti OD erano
killer spietati.
Verso la fine del film, si vede Schindler che riceve per
regalo dagli ebrei che ha salvato un anello d’oro con iscrizione. Ci viene
detto che l’iscrizione è tratta dal Talmud: “Colui che salva una sola vita,
salva il mondo intero” (tale citazione compare anche sui manifesti che
reclamizzano Schindler’s List nei negozi di video e nelle scuole: a quanto pare
questa frase è stata scelta come motto del film dai suoi promotori).
La frase ha un tenore simpaticamente affettuoso e
umanistico, c’è solo un problema: non è ciò che il Talmud dice. Il vero versetto del Talmud recita: “Chiunque preservi
una sola anima di Israele, a lui le Scritture riconoscono come se avesse
salvato un intero mondo (Trattato Sanhedrin 37°). Il Talmud elogia solo la
messa in salvo delle vite ebraiche[3].
Molto è stato costruito sulla presunta “natura conciliativa”
di Schindler’s List a causa del fatto che esso mostra esattamente due tedeschi
(il signor e la signora Schindler) che si comportano in modo onesto. Ma esso
ritrae qualunque membro dell’esercito tedesco come se fosse o un mostro o un
robot omicida. La perpetuazione di questo stereotipo è propaganda di odio.
Se un regista musulmano facesse un film che ritrae solo due
ebrei benevoli e poi l’intero esercito israeliano come costituito da mostri e
automi omicidi, i media americani ed europei lo condannerebbero senza dubbio
come autore di un odioso stereotipo ai danni dell’esercito israeliano nel suo
complesso. La perspicacia dei media non è così acuta quando si tratta di
scoprire i meccanismi dell’odio spielberghiano nascosti dietro la maschera dei
diritti umani.
“Schindler’s List” è più sofisticato di qualunque altro film
di propaganda olocaustica, in quanto realizzato dal regista di Hollywood di
maggior successo, uno che è abbastanza intelligente da dare ai suoi cattivi
certe caratteristiche quali il dubbio interiore, l'insoddisfazione e la stanchezza. Ma
il film è nondimeno storicamente fraudolento. Nel preparare una difesa contro
le accuse di mistificazione dei revisionisti riguardo alle camere a gas, il
signor Spielberg ha perpetrato a sua volta una mistificazione.
[1] Traduzione
di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.revisionisthistory.org/shindler.html
[2]
International Military Tribunal
sabato 24 marzo 2012
Al Jazeera perde giornalisti per la sua faziosità
L’ESODO DA AL
JAZEERA: IL CANALE PERDE GIORNALISTI A CAUSA DELLA FAZIOSITÀ[1]
Al Jazeera colpita dalle
clamorose dimissioni di un’ondata di impiegati chiave che lasciano lamentando
censure e faziosità, a causa della comunicazione unilaterale chiesta dalla
televisione.
“La
posizione aggressiva del Qatar verso Assad ha condotto ad una sfilza di
dimissioni nel canale televisivo di informazioni del paese, Al-Jazeera. Coloro che
se ne sono andati parlano della faziosità della televisione che, dicono, è
diventata uno strumento per bersagliare il regime siriano. Paula Slier , di RT
[Russia Today] parla di queste accuse.
RT riferisce:
(RT) – il canale televisivo del Qatar Al Jazeera è stato
colpito da clamorose dimissioni. Impiegati chiave della sua sede di Beirut si
sono a quanto pare dimessi a causa della posizione “faziosa” cui la televisione
si attiene.
Al Jazeera ha perso di recente diversi impiegati chiave
nella sua sede di Beirut: l’amministratore delegato Hassan Shaaban si è
dimesso, ha riferito domenica il giornale libanese Al Akhbar. Tutto ciò fa
seguito ad una serie di dimissioni dello staff di tale sede, inclusi il
corrispondente Ali Hashem e il produttore Mousa Ahmad.
Mentre si sa poco sulle dimissioni di Hassan Shaban, se non
che ha lasciato a causa della faziosità del canale nel trattare la Primavera
Araba – in particolare riguardo agli eventi in Siria e in Bahrein – vi sono più
informazioni concernenti il corrispondente Ali Hashem.
Quest’ultimo si è dimesso martedì scorso e le email
divulgate dagli hacker siriani mostrano la sua frustrazione per la politica del
canale nel trattare gli eventi in Siria. Il giornale libanese Al Akhbar ha
citato una fonte della televisione che dice:
“Potete controllare le
email che ha spedito alla sua collega Rula Ibrahim per conoscere la sua
posizione, che è cambiata dopo che la televisione si è rifiutata di mostrare le
foto che aveva scattato dei combattenti armati mentre si scontravano con l’esercito
siriano a Wadi Khaled. Al contrario, gli hanno dato addosso definendolo uno shabeeh
[lealista]”, ha detto la fonte.
Si dice anche che il reporter sia rimasto deluso per il
rifiuto del canale di trattare la rivolta in Bahrein. “[In Bahrein] abbiamo visto le immagini di un popolo
massacrato dalla ‘macchina di
oppressione del Golfo’, e per Al Jazeera il nome del gioco in questo caso è
stato il silenzio”, ha detto la fonte.
Hassan Shaban e Ali Hashem non sono i soli impiegati di Al
Jazeera delusi dalla politica del canale al punto di arrivare alle dimissioni. Le
ultime settimane hanno visto anche le dimissioni di Moussa Ahmad, il produttore
del canale a Beirut. Ahmad ha accusato Al Jazeera di faziosità e ha detto che
il canale ha totalmente ignorato il referendum in Siria sulla nuova
costituzione.
Secondo la fonte del giornale, l’esodo dello staff di Al
Jazeera è causato dal fatto che la maggior parte dei suoi reporter vengono da
prestigiose scuole di giornalismo che insegnano ad essere contro la comunicazione
faziosa, e che, come inviati sul campo, vedono da sé stessi la verità.
Il giornalista e scrittore Afshin Rattansi, che in passato ha
lavorato per Al Jazeera, ha detto a RT che, “purtroppo”, il canale è passato
dall’essere il canale rivoluzionario della regione in favore della trasparenza,
alla voce unilaterale della posizione del governo del Qatar contro Bashar al-Assad:
“E’ davvero
inquietante sentire come Al Jazeera sia ora diventato l’attore regionale della
politica estera nel modo che alcuni probabilmente direbbero che è quello
esercitato dalla BBC e altri per decenni”, ha detto. “Se Al Jazeera araba assume una posizione pro-guerra a causa del governo
del Qatar, tutto ciò è davvero nefasto”.
“Questi giornalisti
però hanno coraggio a dire ‘senti: non è questo il modo in cui dobbiamo
trattare questo argomento. Lì vi sono esponenti di Al-Qaeda”. Rattansi ha
così concluso: “Il modo in cui Al Jazeera
araba ha trattato la questione della Siria è totalmente unilaterale”.
Il giornalista e pacifista Don Debar, che ha parimenti
lavorato ad Al Jazeera, ha confermato che tale televisione è stata pesantemente
diretta dal governo del Qatar nella sua politica editoriale:
“Tutto ciò va avanti
dall’aprile 2011. Il capo della sede di Beirut se n’è andato, molte altre
persone se ne sono andate a causa della faziosità e della mano spudorata del
governo nel dettare la politica editoriale sulla Libia, e ora sulla Siria”.
![]() |
| La notizia dell'attentato di Aleppo pubblicata da Al Jazeera 16 ore prima dell'effettiva esplosione... |
[1] Traduzione
di Andrea Carancini. Il testo originale
è disponibile all’indirizzo: http://blog.alexanderhiggins.com/2012/03/12/al-jazeera-exodus-channel-losing-staff-bias-94271/
Iscriviti a:
Post (Atom)





































